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L'Istituto Zooprofilattico della Sardegna a Bangkok per il summit FAO sul dilagare della Peste Suina Africana in Cina.
Nei giorni scorsi il direttore generale dell’Istituto Zooprofilattico della Sardegna Alberto Laddomada ha preso parte ad un incontro promosso dalla FAO – l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura - per coordinare la risposta internazionale alla presenza sempre più preoccupante della Peste Suina Africana (PSA) in Cina. 
L'esperienza della Sardegna e dell'Istituto Zooprofilattico interessa sempre più coloro che si trovano a fronteggiare una situazione molto difficile, che non ha precedenti. 

La diffusione
Relegata nell'Africa sub-sahariana ed in Sardegna fino al 2007, quando sbarcò in Georgia tramite rifiuti di cucina provenienti dall’Africa, la PSA si è diffusa in poco più di dieci anni in una ventina di paesi europei ed asiatici, ed interessa ora una vastissima area geografica, dalla Cina fino al Belgio, paese in cui il virus (di genotipo II, e questo esclude una possibile origine sarda del problema) è stata rinvenuto nei cinghiali locali solo pochi giorni fa. Ad eccezione, forse, della Repubblica ceca, dove un piccolo focolaio nei cinghiali sembra essere in via di esaurimento, nessuno dei paesi colpiti è finora riuscito ad arrestare il progredire della malattia tra i suini domestici e selvatici. Solo questi dati fanno capire l'importanza del problema e la crescente preoccupazione delle autorità veterinarie e del mondo allevatoriale a livello internazionale.
 
Le ricadute economiche
La Cina è il primo produttore e consumatore di carni di maiale del mondo. La diffusione della PSA in questo paese, in cui il controllo si presenta particolarmente difficile per via dell'enorme numero di allevamenti familiari, commerciali e intensivi, collegati fra loro da mille contatti, ha allertato i maggiori osservatori economici mondiali, poiché si temono ripercussioni molto rilevanti per la Cina e non solo. Le stesse Nazioni Unite sono preoccupate per via della ulteriore possibile diffusione del virus in altri paesi asiatici e, tramite la FAO, stanno coordinando una risposta internazionale a questa minaccia. Il Financial Times, l'Economist, Bloomberg ed altri osservatori economici internazionali hanno subito sottolineato il potenziale, enorme impatto economico negativo della  persistenza ed ulteriore diffusione della malattia in Cina ed Asia. Ma i danni economici sono già stati molto ingenti anche in Europa, con un rischio crescente per un settore molto importante in numerosi paesi UE, tra cui la stessa Italia (si pensi all'export dei nostri salumi, che ha un valore di alcuni miliardi di euro l'anno).

La risposta della Sardegna
La presenza della malattia in Sardegna da ormai 40 anni ha dato modo ai nostri studiosi di essere fra i più preparati ed esperti sul panorama internazionale, come dimostrato anche nella Conferenza del network Global African swine fever Research Allliance, tenutasi a Cagliari lo scorso aprile, durante il quale l'Istituto ha dimostrato di avere competenze a 360 gradi sulla malattia e sulle relative strategie di controllo. Da qui le richieste di assistenza tecnica nei territori in cui il virus si va diffondendo. Già lo scorso luglio, Laddomada era stato convocato d’urgenza dai vertici della Sanità animale di Bruxelles per sostenere l'azione delle autorità veterinarie rumene che stanno fronteggiando una grave epidemia di PSA, con oltre 900 focolai confermati in poco più di tre mesi. 

Queste richieste di assistenza sono, inoltre, un indicatore della crescente credibilità di quanto si sta facendo in Sardegna per contrastare la malattia. La Regione, dopo decenni di insuccessi, ha messo in piedi, a partire dal 2015, attraverso sforzi condivisi - della presidenza della Regione, degli assessorati della Sanità, dell’Agricoltura e della Difesa dell’Ambiente, delle Azienda Tutela della Salute, le Agenzie regionali per l’Agricoltura, Forestas e il Corpo forestale e di Vigilanza ambientale, del nostro Istituto, cui si aggiunge la collaborazione del governo centrale e di numerosi esperti, - un programma di eradicazione che ha raggiunto livelli di efficienza molto elevati soprattutto nel contenere, con azioni di intervento rapidissime, i focolai e quindi le aree di persistenza del virus. Interventi molto decisi sono stati messi in campo contro i maiali allo stato brado, principale serbatoio e fonte di infezione per i suini domestici e per i cinghiali.

Le prospettive
Già nel mese di maggio il presidente della Regione Francesco Pigliaru aveva illustrato a Bruxelles i risultati ottenuti, iniziando a recuperare la fiducia necessaria ad allentare le restrizioni imposte da quarant’anni sul comparto suinicolo della nostra isola. Si aprirebbero in questo modo prospettive economiche ormai quasi dimenticate per l’Isola, in particolare per le sue zone interne.

“Il clima è cambiato, dopo decenni si vede finalmente la luce al fondo del tunnel", rimarca Laddomada. "E’ necessario però un ultimo e decisivo impegno da parte di tutti. Compresi gli allevatori che, è certo, avrebbero solo da guadagnare dalla fine della peste suina e dell’embargo commerciale cui siamo sottoposti.”


Guarda l'intervista sul TG3 Regione del 18 Settembre 2018




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