
SASSARI, 05/07/2012 –
L’echinococcosi è una malattia endemica della Sardegna, che con una media di oltre 100 episodi l’anno rappresenta un caso unico in Italia. La patologia trasmessa dagli animali all’uomo (zoonosi) ha fatto registrare 1.521 ricoveri dal 2001 al 2010 e costi di ospedalizzazione per 8 milioni di euro circa. Questo il risultato dei dati presentati dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sardegna (IZS) durante il Congresso nazionale della Società italiana di parassitologia (SOIPA), organizzato i giorni scorsi ad Alghero dall’Università di Sassari.
Un campanello d’allarme suonato dall’IZS per far salire l’attenzione su questa malattia causata dalla forma larvale dell’Echinococcus granulosus, un piccolo verme parassita che può colpire l’uomo con danni, talvolta anche letali, a carico del fegato, del polmone e della milza. «Gli esseri umani e le pecore rappresentano gli ospiti intermedi o accidentali del parassita – spiega la responsabile del Centro di Referenza Nazionle per l’Echinococcosi (CeNRE), Giovanna Masala –, e contraggono la malattia con l’ingestione delle microscopiche uova dell’Echinococco liberate nell’ambiente con le feci del cane (ospite definitivo)». Basta mangiare verdure crude mal lavate o mettersi le mani sporche di terra in bocca per contrarre la patologia, un rischio che si corre anche stando a stretto contatto con i cani infestati dal verme.
«Nel caso sardo la malattia dilaga per effetto del forte binomio pecora-cane delle nostre campagne – prosegue la dottoressa Masala -, perché la pecora che bruca l’erba infestata dalle feci si ammala e quando muore diventa spesso cibo per cani che perpetuano il ciclo dell’Echinococco». Per questo è importante una corretta informazione e formazione degli allevatori sardi, perché la presenza del parassita è diffusa su tutto il territorio. Dai dati diffusi dal CeNRE, infatti, circa il 60 per cento delle oltre 1.500 pecore sottoposte ad analisi sono risultate positive, ed è stato riscontrato che solo un numero ridottissimo di cani che vivono nelle aziende agricole è sottoposto a trattamento antiparassitario o iscritto all’anagrafe canina. Ma c’è di più: «L’esperienza dei rapporti maturati con gli allevatori – conclude la Masala – ci ha dimostrato che solo le generazioni più avanti con gli anni conoscono il ciclo di trasmissione della malattia e le buone pratiche sanitarie per evitare di diffonderla, mentre i giovani sono meno informati».
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